DSC_6122DSC_6106DSC_6104DSC_6094DSC_6092DSC_6087DSC_6082DSC_6081DSC_6064DSC_5932

Archive for Aprile, 2008

Viva l’Italia Libera!

10042008041.jpg

Pochi giorni fa, in una vecchia libreria del quartiere del Ballarò, nel cuore storico di Palermo, mi è capitato per caso, come per un segno del destino, un vecchio libro impolverato, un’antica edizione che ha raccolto tutti gli addii, i segreti, le speranze, le frustrazioni, le rabbie e a volte i rancori dei condannati a morte della Resistenza Italiana.
Alcune frasi mi echeggiano in testa. Provo ad immaginare i volti e i corpi delle persone che le hanno scritte e la mente si annebbia, si incupisce, si dispera. Sono le parole dei giovani partigiani uccisi nella guerra di liberazione dal nazifascismo e li immagino davanti a me. In fila a contare i minuti che li separano dalla morte. In piedi, non in ginocchio. Non chiedono pietà, hanno l’orgoglio di morire fieri dei propri sogni, orgogliosi di essere italiani.
Come lo erano i 2680 partigiani siciliani che sacrificarono la propria esistenza per un’Italia liberata. E come lo era il giovane Placido Rizzotto che nella Carnia preparò squadriglie di ribellione contro l’oppressore fascista e compiuta la sua missione tornò nella sua Corleone, nella lontana Sicilia dove organizzò i contadini in cooperative sociali per gestire le terre incolte dei ricchi campieri mafiosi.
Sento quelle grida di “Viva l’Italia Libera” a smorzare il crepitio dei moschetti, frasi che riecheggiano e ci raccontano del dovere di condurre una vita onesta come il miglior ornamento per chi vive dell’amore per l’umanità. Sono lettere che parlano di libertà e del dovere di perseguirla anche a costo di continui sacrifici. Me li vedo scorrere davanti quei volti e immagino i corpi stanchi e rinchiusi nelle galere. Li vedo piangere a ricordarsi dei propri familiari e a dare, tramite quelle stanche parole, il proprio addio a madri, padri, mogli, figli, figlie, fratelli e sorelle.
Hanno dato con la loro vita e con l’estremo sacrificio tutto se stessi, giungendo alla morte con il sorriso sulle labbra e con una profonda fede nel cuore; coscienti di aver compiuto il proprio dovere fino all’ultimo e per questo senza alcun rimorso di coscienza. Sono morti per un ideale di bontà, di pace, di benessere collettivo, di giustizia, di libertà.
La stessa giustizia che Cosa Nostra, la Camorra, la Sacra Corona Unita, la ‘Ndrangheta calpestano e deridono con l’uso metodico della violenza, della sopraffazione, del sopruso. Come dei nuovi oppressori, come dei vigliacchi usurpatori del bene collettivo.
Il mio pensiero quindi non può che collegarsi alle centinaia di vittime delle violenza mafiosa di San Giuseppe Jato, di Piana degli Albanesi, di Partinico, i territori della mia Palermo dove Riina, Brusca, Provenzano hanno seminato paura, violenza e terrore. La stessa mafia che ha ucciso donne e bambini e che tiene tutt’ora sotto scacco le genti oneste della mia terra. La stessa terra che chiede riscatto, che pretende un futuro migliore e libero. Libero dal peso del ricatto, libero dalla paura, libero. La stessa terra che adesso si sta svegliando, in una sorta di nuova lotta partigiana, gridando al mondo la propria voglia di normalità. La stessa terra in cui i giovani si organizzano in associazioni contro il pizzo, in cui nascono le cooperative per la gestione dei beni confiscati ai boss fungendo da esempio e da guida per le generazioni più adulte.
Sì! C’è un vento di cambiamento, ed è inarrestabile. Come lo era quello partigiano che ci ha consentito di partorire l’Italia Repubblicana.
Mentre scrivo quei giovani partigiani, quei sindacalisti, quegli uomini delle istituzioni uccisi da Cosa Nostra sono VIVI, e sono qui accanto a me. Quelle voci ci esortano ad avere coraggio e a non piangere. Ci gridano a gran voce ad avere fiducia nella nostra bella Italia a dare tutto per lei. Questa povera patria martoriata e stuprata, questa nostra nazione in balia degli eventi. La nostra amata Repubblica calpestata e per la quale in tanti hanno agito sacrificando la propria vita donandosi, talvolta, con estrema serenità.
Quando si ha un ideale, come la liberazione dal totalitarismo nazifascista o come l’emancipazione dalle mafie, quando si vive onestamente e si ha l’ambizione di essere utili all’umanità, quel sacrifico non resta vano. Si sublima e diventa da esempio, un faro che indica la strada da seguire con la ferma idea che val la pena di viverla, fino in fondo.
In una delle pagine più consunte di quel libro, su cui qualcuno avrà versato amare lacrime, sono raccolti gli ultimi sospiri del valoroso Napoleone Ricci nato in provincia di Ravenna il 28/12/1921 e morto impiccato all’alba del 25 agosto del 1944. “Penso soltanto che uccidendomi non fermeranno il corso della storia…essa marcia precisa ed inesorabile”. Una marcia verso la libertà, dell’Italia tutta.
Allora, ciao Napoleone! Che il tuo sacrificio, insieme e quello degli altri tuoi compagni di viaggio non sia vano!!!
W l’Italia Libera!

Umberto Di Maggio, Alfonsine (Ravenna), 63° Anniversario della Battaglia del Senio, 10 Aprile 2008

Commenti (1)




[blog: www.umbertodimaggio.eu]

[email: umberto.dimaggio@gmail.com]

[tel: +39.091.322023]

[mob: +39.333.3381624]

[fax: +39.091.6197467]

[skype: triscele]

[msn: umbertodimaggio@yahoo.it]


Curriculum Vitae

 

Google