Vite di scarto e sogni di libertà

Questa non è una storia qualunque, questa è la storia di un bambino che ha rivoluzionato il mondo. Iqbal Masih aveva 12 anni ma il suo corpo ne dimostrava appena 6. Viveva di stenti, nel lontano Pakistan, ed il poco cibo di cui si nutriva gli impediva di crescere. Non era nato nell’opulento occidente, per lui il destino aveva riserbato soltanto fame e dolore. Le sue mani erano consunte come quelle di un adulto, mani di chi fatica quotidianamente e che lotta contro un destino avverso. Era stato venduto per pochi dollari dal padre e da quel maledetto giorno aveva dimenticato la normalità. Niente giochi per lui, nessuna possibilità di sentirsi libero. Nessun sogno per chi lavora 12 ore al giorno. Per lui soltanto 1 rupia al giorno, poco meno di 3 centesimi.
«Nessun bambino dovrebbe mai impugnare uno strumento di lavoro: ma soltanto penne e matite».
Lo aveva gridato al mondo, ed il mondo si era fermato ad ascoltarlo. Aveva convinto capi di stato e multinazionali a finanziare dei progetti per liberare i bambini dalla schiavitù del lavoro, aveva gridato che “cambiare era possibile”. Una mattina del 16 aprile del 1995, quando il suo paese era in festa per la Pasqua, mentre era in sella alla sua bicicletta viene vigliaccamente ucciso dai suoi stessi nemici. Una vendetta contro di lui che aveva sognato fin troppo e che voleva liberare la sua gente dal peso delle ingiustizie e della povertà.
Dice un vecchio proverbio: «se trovi uno schiavo addormentato non svegliarlo, forse sta sognando la libertà». E’ questo il ricordo che vogliamo conservare di lui, l’immagine di un piccolo pakistano dal corpo minuto e dal cuore grande che sta sognando un mondo più giusto.














