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Archive for Dicembre, 2007

Palermo, una nuova primavera antimafia

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Perché una città come Palermo deve portare il peso dell’ignominia mafiosa? E’ una domanda che mi pongo quotidianamente da referente locale dell’associazione Libera. E’ un dubbio che mi tormenta quando parlo ai ragazzi delle scuole, agli operatori delle associazioni, alle forze sociali e politiche della mia città.
Ogni giorno vedo tante facce, soprattutto di ragazzi, di giovani palermitani che sognano una città libera da Cosa Nostra. Sono volti che chiedono risposte immediate e che non vogliono perdere altro tempo appresso a promesse inutili e farneticanti.
Vedo tante facce come la mia, e scorgo occhi carichi di rabbia. Sento le grida di persone stanche di ottenere per “gentile concessione” ciò che gli spetta per diritto, e avrei voglia, almeno per un po’, di dirgli di non guardare al marcio che c’è in giro e di valorizzare quanto sta accadendo d’innovativo e stravolgente nella nostra Sicilia: gli imprenditori che si ribellano al pizzo, le cooperative di lavoratori che gestiscono beni confiscati, i criminali che collaborano con la giustizia, i numerosi successi delle forze dell’ordine, il moltiplicarsi delle indagini della magistratura. Ma tutto ciò, evidentemente, non basta. Purtroppo.
Ricordo ancora quel maledetto 23 Maggio del 1992, lo ricordo perfettamente quel sabato uggioso che non riesco a cancellare dalla mia memoria. Ero un ragazzino che tornava a casa dopo una partita di calcio e le immagini cruente dei telegiornali, quel giorno, mi colpirono. Certo, nella Palermo degli anni ’90 eravamo abituati ai bollettini di guerra, a vedere le strade insanguinate e a sentire le sirene della polizia. Ma perché tutta quella commozione? Per la prima volta capivo cosa poteva significare piangere di disperazione, capivo cosa significava essere sconfitti. Avevano ucciso il giudice Falcone, e noi avevamo perso.
Pochi anni prima avevamo esultato per quei 2600 anni di carcere e quei 20 ergastoli inflitti con il Maxi Processo, e forse avevamo pensato di aver sconfitto la mafia una volta per tutte. Ma con le stragi di Capaci e di Via D’Amelio si ripiombava nel baratro. Cominciai ad odiare profondamente la mia città e miei concittadini. Disprezzavo il loro sconforto, ed insieme il mio. Detestavo quell’angoscia e mi chiedevo che senso avesse piangere per qualcosa di cui non si poteva essere colpevoli. Soltanto adesso capisco cosa significa quella pena. Non c’è disperazione più grande di sentirsi soli, noi e la nostra mafia. Avevamo perso la battaglia, avevano vinto loro, quei maledetti criminali. Palermo, dopo quegli efferati delitti, dimostrava di essere ancor di più il regno di Cosa Nostra. Dopo un breve ed intenso periodo di rivoluzione culturale e di lenzuoli bianchi stesi ai balconi, la cosiddetta “Primavera Palermitana”, di mafia non se ne parlò più. Non era un nostro problema.
Oggi assistiamo tutti ad un ritorno a quei momenti di ribellione e di rivoluzione. A Palermo, dentro Libera, in questa grande famiglia ho ritrovato quel ragazzino che sognava una città diversa. Insieme a quest’associazione ho imparato, di nuovo, a sperare. Adesso, ogni giorno, incontro giovani che s’impegnano a liberare la nostra terra dalla vergogna dei boss. Vedo le mani dei ragazzi delle Cooperative di Libera Terra consumate dalla fatica ed insieme a loro vedo le facce dei giovani palermitani che vogliono cambiare tramite una rinnovata rappresentanza politica. Guardo i ragazzi di Addio Pizzo con la loro tenacia, vedo gli insegnanti che si sforzano di parlare di legalità e solidarietà, sento i tanti familiari di vittime di mafia che chiedono giustizia. Forse c’è un vento nuovo che fischia su questa terra e i risultati delle forze dell’ordine, l’arresto dei boss latitanti, le innumerevoli confische dei patrimoni mafiosi, ci dicono che non siamo soli in questa battaglia.
Un tempo a Palermo la mafia padroneggiava laddove lo Stato era carente e dimentico dei problemi della gente. Adesso lo Stato c’è e si sente la sua presenza, quello con la “s” maiuscola che ha voglia di dimostrare la sua forza. E di questo rinnovamento Cosa Nostra ne sta subendo i contraccolpi.
Oggi più che mai è necessario cambiare, è obbligatorio cambiare! Ma fuori da ogni retorica e senza proclami adesso ci vuole l’impegno di tutti, senza sconti e deleghe. Perché questa mafia ha cambiato i suoi connotati e assomiglia probabilmente sempre più ad una tela senza ragno, ad un sistema senza struttura. Stiamo assistendo, come ha recentemente evidenziato Antonio Ingroia, “ad una sorta di mafia più civile e di una società più mafiosa. Una mafia sempre più in giacca e cravatta. Insomma, abbiamo interi pezzi di società che hanno ormai introiettato i modelli comportamentali dei mafiosi”. E c’è da preoccuparsi.
Oggi, ad un liceo ho parlato dell’importanza della denuncia degli imprenditori che si oppongono al pizzo. Ho sottolineato l’importanza straordinaria di questa ribellione che ci sta liberando dal peso del racket e delle estorsioni. E nelle parole degli studenti ho letto la voglia reale di cambiare. Uscendo da quella scuola, però, ho portato con me la responsabilità di non deluderli; loro non sono il nostro futuro, sono il nostro presente. Bisogna, allora, continuare a coltivare, insieme, i valori dell’uguaglianza e della libertà che, come diceva Enzo Biagi, “è come la poesia: non deve avere aggettivi, è libertà”. Ecco perché è possibile una nuova primavera a Palermo, ancora un volta!

Questo articolo è stato pubblicato anche su www.liberainformazione.org, www.articolo21.info

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Per una Libera Informazione, anche a Palermo

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Oggi è un momento di grande festa per il lancio anche in Sicilia della Fondazione Libera Informazione, un osservatorio sull’informazione diretto da Roberto Morrione, già direttore di Rai News 24, e coordinato da Lorenzo Frigerio, giornalista e pubblicista.

E’ però anche un momento di riflessione. Ecco perchè la presenza dei sindacati, delle associazioni e dei tanti cronisti è indispensabile per guardare con occhio critico alle tante difficoltà che ancora vi sono su questo fronte. In tal senso, questo mio breve intervento su “Mafia, informazione e società civile”, da referente palermitano dell’Associazione Libera, è rappresentativo di una serie di considerazioni sull’attuale sistema d’informazione e sul modo con cui si fa giornalismo in questa città. Le mie considerazioni, anche da cittadino comune e da giovane siciliano che vive in una terra tanto difficile, riguardano più in assoluto i meccanismi che regolano le notizie e le difficoltà che si incontrano ad “informarsi” su certe tematiche quali quelle mafiose.

Conoscete tutti la storia di questa città e saprete perfettamente, in questo senso, che certi riflettori sulla mafia, in questi luoghi, si accendono probabilmente solo dopo l’insanguinamento delle strade o dopo omicidi eccellenti. Ci chiediamo il perché. E’ possibile che certe notizie non siano più interessanti? Oppure come ha recentemente indicato Bellavia è possibile che ci sia una sorta di filosofia del “tirare a campare” che intorpidisce le menti e svuota d’inchiostro le penne? O ancora è possibile che ci siano rapporti, ancora più pregnati di quel che noi possiamo immaginare tra l’editoria ed i poteri che gravitano intorno ai mass media? Ma su questo asse di riflessione rimando a gente più competente di me le considerazioni più opportune.

Da cittadino-lettore, invece, mi indigno in senso più generale davanti alla cosiddetta “scomparsi dei fatti” e ho una sorta di disgusto davanti a questa sbornia di cronaca noir dei fatti di Cogne, Garlasco o di Perugia. Perché ancora ancora si tace invece sui legami tra mafia e politica e perché le nostre televisioni sono stracolme di vip e vallette e poco si dice degli intrecci loschi di certi amministratori della cosa pubblica poco trasparenti? E ancora, perché si parla pochissimo dell’esperienze virtuose sul fronte contrasto, come quelle sui beni confiscati e su quelle dell’educazione alla legalità?

E allora, da rappresentante del mondo associazionistico, che cerca soluzioni contingenti a problemi sistemici mi entusiasmo a pensare di poter spezzare questo filo d’indifferenza. C’è qualcosa che sta succedendo in senso positivo e che va contro questo triste andazzo. Le tante inchieste pubblicate di recente ne sono un esempio. Gomorra ed I Complici, in questo senso, ci danno testimonianza di una nuova ondata di giornalismo impertinente e di un’informazione capace di fare rumore. E’ un vento positivo, questo, che necessità di un’autoalimentazione di tutte le forze protagoniste. Questo nuovo fronte della saggistica, che va oltre i dettagli folkloristici, costituisce uno spaccato incredibile, per correttezza metodologica, per rigore ed obiettività dell’attuale scenario sociale di queste terre. Questi libri sono ormai pietra miliare per tutti gli studi sociologici in questo senso. Sono delle concrete testimonianze di come si possa intendere una nuova idea di cultura e di “sapere capovolto” orientato alla cittadinanza e non autoreferenziale. Ci scandalizza che per questo motivo, Lirio Abbate così come Roberto Saviano debbano essere sottoposti a tutela e protezione. E ci inorridisce pensare anche alle vili intimidazioni come quelle subite anche da Dino Paternostro in una terra tanto difficile quanto quella Corleonese. Forse c’è qualcosa che non torna, c’è qualcosa di incredibile distonico in ciò che stiamo vivendo. Chi l’ha detto che per essere buoni giornalisti bisogna necessariamente farsi ammazzare? Le mafie, è vero, vanno inseguite, cercate e svelate, ce lo suggerisce l’attuale presidente della Commissione Antimafia e ne siamo convinti anche noi. Ma inseguiamole con tenacia, senza sconti e deleghe. Penso, allora, che l’osservatorio Libera Informazione nasca anche per questo motivo. Per creare un blocco unico capace di fare “massa critica” e risolvere con la “cultura del noi” quei problemi che da soli non si possono necessariamente risolvere.

Mi permetto di ricordare le parole di Giuseppe Fava, che l’11 ottobre 1981, poco prima di morire ucciso dai Santapaola nel 1984, diceva: «Io ho un concetto etico del giornalismo. Ritengo infatti che in una società democratica e libera quale dovrebbe essere quella italiana, il giornalismo rappresenti la forza essenziale della società. Un giornalismo fatto di verità impedisce molte corruzioni, frena la violenza della criminalità, accelera le opere pubbliche indispensabili, pretende il funzionamento dei servizi sociali, tiene continuamente allerta le forze dell’ordine, sollecita la costante attenzione della giustizia, impone ai politici il buon governo».

Le mafie non dimenticano mai, mentre vogliono che tutti dimentichino. E allora ricordiamoci dei tanti giornalisti uccisi dalla mafia e sepolti dall’indifferenza e diamoci appuntamento a Bari per l’ormai nota Giornata della Memoria e dell’Impegno (quest’anno alla sua 13^ edizione). Tra questi morti una fetta importante è, infatti, costituita da nostri e da vostri colleghi. Una fetta grandissima è costituita da giornalisti che hanno condotto durante tutta la loro vita una sfida coraggiosa contro la cultura del silenzio. Ricordiamoci, allora, anche in questa sede, dell’impegno di quanti conducevano vere inchieste e di quanti hanno mobilitato, in anni difficili, le coscienze civili intorpidite e assonnacchiate. Ricordiamoci di quanti hanno sacrificato se stessi per il “dovere della notizia”. Facciamo che l’impegno di questi caduti non sia stato vano, un impegno per la costruzione di nuova società libera dalla prepotenza mafiosa.

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