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Archive for Agosto, 2006

Le economie del Mediterraneo

dv075091.jpgI paesi delle sponde sud ed est del Mediterraneo sono ancora in ritardo di sviluppo rispetto ai paesi del nord. Ma i fattori di convergenza ci sono. E’ quanto risulta dal “Rapporto sulle economie del Mediterraneo”, curato dall’Istituto di studi sulle società del Mediterraneo del Cnr di Napoli.

Nel 1995 il trattato di Barcellona, sottoscritto tra i 15 paesi dell’UE e i 12 paesi terzi delle rive sud ed est del Mediterraneo, apriva la strada ad una nuova politica di partenariato fondata sulla cooperazione politica, economica e sociale. Il “Rapporto sulle economie del Mediterraneo“, realizzato dall’Istituto di studi sulle società del Mediterraneo (Issm) del Consiglio nazionale delle ricerche di Napoli, vuole fare il punto della situazione a dieci anni da quell’accordo.
“Il processo di integrazione”, spiega Paolo Malanima, direttore dell’Issm-Cnr, “prevedeva innanzitutto la nascita e il consolidamento di una partnership economica e finanziaria. S’intendeva, cioè, estendere a sud la prosperità del nord, favorendo la crescita delle economie più deboli mediante investimenti da parte dei paesi europei e soprattutto attraverso l’incremento degli scambi e delle relazioni economiche. Malgrado non si possa che confermare il forte divario fra le due sponde del Mediterraneo, registriamo tuttavia alcune trasformazioni in atto che potranno produrre, in un prossimo futuro, un miglioramento del tenore di vita nei paesi mediterranei extraeuropei”.
A cominciare dalla crescita demografica. “Analizzando i dati raccolti nel Rapporto”, “possiamo dire che negli ultimi trenta anni la natalità di quest’area è diminuita considerevolmente, in alcuni casi addirittura dimezzandosi: i valori di fertilità, cioè il numero di figli per donna, sono passati da 7 figli nel 1970 a meno di 3 nel 2002 in Algeria, Marocco e Tunisia, da 6 a 3 in Libia, Egitto e Turchia; l’onda demografica, che rischiava di travolgere le economie più deboli, quindi sembrerebbe essere stata arginata”.
Di pari passo va l’incremento della speranza di vita alla nascita. “Paesi come Libia e Tunisia”, “sono passati dai 54 anni stimati nel 1970 ai 75 attuali, riducendo molto le distanze con i fratelli d’oltremare, che comunque hanno un’aspettativa di vita vicina agli 83 anni”. Per meglio specificare, sono per lo più donne quelle che raggiungono gli 83 anni e vivono in Spagna, Francia e Italia, mentre la Turchia presenta il valore più basso dell’area sud del bacino, come speranza di vita sia maschile (66,3) sia femminile (70,9).
Un altro sviluppo lento ma continuo, la cui influenza sugli equilibri mediterranei aumenterà nel prossimo futuro, è quello dei flussi di lavoro, cioè dell’emigrazione. “Pur se ritenuto un problema per i paesi sviluppati”, spiega Malanima, “risulterà necessario per controbilanciare le conseguenze negative provocate dal rapido invecchiamento della popolazione europea. Infatti, secondo le più recenti proiezioni dell’Onu sulla crescita della popolazione, nel periodo 2005-30, nell’ambito dei paesi dell’Ue più popolosi e di quelli mediterranei, solo Gran Bretagna (+7,7%) e Francia (+ 6,4%) non vedranno diminuire la propria popolazione, mentre Spagna (-3%), Grecia (-3,7%) e soprattutto Italia (-10%), assisteranno ad una diminuzione complessiva”. Si modificherà quindi la relazione fra lavoro, da una parte, e capitale, dall’altra, favorendo quella convergenza fra le economie tanto auspicata.
Inoltre la realizzazione della zona di libero scambio entro il 2010, progetto di cooperazione economica voluto dall’Unione Europea, permetterà l’abbattimento dei vincoli doganali e l’introduzione di regole comuni, portando nuovo slancio nei processi produttivi dei paesi interessati. “Questi indicatori positivi”, “non possono comunque farci dimenticare la divergenza economica tra le due sponde che ha segnato inequivocabilmente gli ultimi trenta anni e che tutt’ora emerge da altri aspetti presi in considerazione, a partire dal Prodotto interno lordo che continua a segnare un incremento maggiore nei paesi dell’arco latino (Italia, Francia, Spagna e Portogallo) rispetto al resto dell’area mediterranea: nel 1980 il Pil nell’arco latino era di circa 1.400 miliardi di dollari, nel 2004 circa 4.800, a differenza dei paesi lungo la costa meridionale (Algeria, Marocco, Tunisia, Libia, Egitto) dove dal 1980 al 2004 si è passati da 130 a circa 250 miliardi di dollari”.

Fonte CNR

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Percorsi di turismo sostenibile nelle Isole Baleari

E’ disponibile il filmato, andato in onda su Rai Utile il 21 Luglio 2006, nel quale ho trattato di percorsi di turismo sostenibile applicati nel Mediterraneo. Nello specifico ho discusso del caso emblematico di Calvià, una località nell’arcipelago delle Baleari che si è sapientemente riposizionata nel mercato d’offerta turistica, passando da un modello fordista di massa ad uno più specificatamente sostenibile.

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La retorica della globalizzazione

globalizzazioneOggi si parla tanto di sviluppo locale e di recupero del territorio; è una moda consolidata, riconosciamolo, quella di intendere il “territorio” stesso come un’entità munita di vita propria e indipendente. Come se potesse parlare, muoversi, e scorporarsi dai bisogni e dalle angosce quotidiane dei suoi abitanti, costantemente a contatto con le spinte centrifughe della globalizzazione (un’altra keyword probabilmente sovrautilizzata per certi versi e sottodimensionata per altri). Proviamo allora a simulare uno scenario, proviamo a giocare un attimo: è possibile uno sviluppo locale in un’ottica globale? E’ possibile considerare le realtà territoriali, con le loro caratteristiche e peculiarità sempre più micro, in un’ottica macro sempre più allargata?

Sono queste le domande che quotidianamente ci poniamo alla ricerca di una soluzione che sembra sempre più lontana e dai contorni indecisi e labili.

I fiduciosi nel treno del progresso, cantano ai quattro venti la nascita di una nuova era, gridano al mondo l’avvento di un nuovo momento storico. Un’era nella quale non esistono confini geografici, non esistono barriere ai commerci, e vincoli alla comunicazione. Un mondo a colori e dalle tinte accese.

Dall’altra parte, gli apocalittici, tremano all’idea di un mondo nuovo senza confini, soprattutto quelli commerciali. Piangono un piccolo mondo antico che ormai non c’è più, richiamano nella loro memoria vecchie tradizioni e riscoprono appartenenze ormai perdute. Costoro cercano di rispondere alle spinte de-territorializzanti e de-localizzanti che hanno pervaso, con sempre maggiore insistenza, la modernità.

Stiamo assistendo, da un lato ad una progressiva perdita del luogo e ad un progressivo sbiadimento delle differenze di cui probabilmente un tempo nemmeno se ne avvertiva coscienza. Dall’altro lato invece si assiste ad una lenta e costante ricerca di quell’esser-ci heideggeriano, si va verso un senso del luogo che riscopre un oikos perduto.

Ma come insegnano i nostri nonni: in medio stat virtus! Ripetiamocelo, fino a stancarci.

A nostro parere, infatti, il milieu da privilegiare è un insieme spaziale che ha sì una dimensione territoriale ma che non corrisponde ad una data regione nel senso comune della parola. Il territorio è innanzitutto uno scrigno carico di conoscenze, usi, costumi, consuetudini, modi quotidiani di vivere il quotidiano della comunità che la anima. Esso non va considerato come un a priori, ma come la conseguenza di un processo dialettico di costruzione, come il risultato dei processi collettivi degli attori locali che, è bene ricordare, sono i veri protagonisti di tali processi.

Quindi, fuori da ogni retorica, non è immaginabile lo sviluppo economico e sociale di una comunità, senza prescindere dal contesto nel quale essa si trova a vivere quotidianamente. E’ irreale, infatti, pensare ad un contesto geografico esule dalle estese relazioni globali. Riconosciamolo.

Ben vengano, allora, le riscoperte di tradizioni nascoste; ben vengano se con questa riscoperta si richiamano alla memoria appartenenze culturali rese ormai piatte dal consumismo della modernità industriale sempre più globalizzante.

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