La società semichiusa che ha paura del futuro
E’ probabile che la retorica del declino racconti un paese, almeno in parte, immaginario. Visto che, poi, la diffusione di beni immobili e di consumi vistosi (e costosi) suggerisce una realtà diversa. Dove i comportamenti tradiscono un benessere diffuso, in ampi settori della società. Una società “liquida” (secondo l’immagine felice - e fortunata - di Zygmunt Baumann). Dove i confini e i riferimenti sociali si perdono. I poteri si allontanano dal controllo delle persone.
Una società da tempo “cetomedizzata” (come recita il neologismo ostico ma efficace con cui De Rita aggiornava Sylos Labini). Dove la “classe operaia” è un residuo ideologico, caro solo ai veterocomunisti che oggi governano l’Italia. L’Italia: un paese “liquido” e “medio”. Che indulge nella retorica del declino e della pauperizzazione. Ma senza crederci davvero. Per inerzia o per artificio. O per tecnica politica: per accrescere il malessere dei cittadini. Contro la Destra che stava al governo. Ieri. Può darsi che sia vera questa versione, in realtà antica (anni ‘90), dei fatti. Ma anche oggi, dopo il ritorno della sinistra di governo, questa società, agli italiani, non appare troppo liquida e cetomedizzata. Ma, al contrario, vischiosa. Un po’ stagnante. Zavorrata dagli stessi meccanismi, dagli stessi fattori che generano sicurezza e benessere. Dove in pochi, guardano avanti. Mentre molti temono di scivolare indietro. È la rappresentazione proposta dai dati dell’Osservatorio sul capitale sociale, di Demos-Coop, pubblicati da Repubblica.
Anzitutto, la classe operaia. Forse se n’è andata davvero. Altrove, se non in paradiso. Ma molti non se ne sono accorti. Circa il 40% degli italiani continuano a utilizzare questa definizione per catalogare se stessi, nella stratificazione sociale. Associandola, talora sostituendola, con un’altra formula, più “suggestiva” che “descrittiva”. Ma, proprio per questo, molto diffusa. “Ceti popolari” (Magatti e De Benedittis, in una interessante ricerca appena pubblicata da Feltrinelli parlano, appunto, di “nuovi ceti popolari”). Tali si considerano, in gran parte, gli operai, ovviamente. Generici o specializzati, non importa. Ma anche le casalinghe e i pensionati. Evidentemente il lavoro domestico e la pensione, insieme all’esclusione dal mercato del lavoro, determinano una condizione di svantaggio. Peraltro, si sentono “ceto popolare/classe operaia”, anche quote rilevanti (superiori al 40%) di impiegati (esecutivi) e di “artigiani”.
Lavoro “non manuale” oppure “autonomo”, in altri termini, oggi, in molti casi, sospingono “fuori” dalla zona media della società.
Verso la periferia. Certo, nel “ceto medio” continua a riconoscersi gran parte delle persone. Poco più della metà. Ma non al punto da confermare l’immagine di una società “media” e “cetomedizzata”. Vi confluiscono le professioni libere e quelle intellettuali: i professori e gli impiegati di concetto. E i “commercianti”. Assai più degli artigiani, come abbiamo detto.
Mentre in alto, nella borghesia, nelle classi più elevate, com’era prevedibile, si collocano in pochi. Il 6% degli italiani. Perlopiù dirigenti privati e funzionari pubblici; imprenditori. E i commercianti, più ancora dei liberi professionisti. Mentre i lavoratori atipici, flessibili sono ancora in misura ridotta.
Sparsi: fra ceti popolari e medi. Perché la flessibilità non è più prerogativa di un settore specifico di lavoratori. Caratterizza ampie fasce di giovani (e meno giovani), che coltivano aspettative diverse.
Tuttavia, altri aspetti, più della professione, sembrano caratterizzare la posizione di classe e di ceto delle persone.
Alcuni cognitivi, altri più concreti: legati alle risorse individuali e familiari disponibili. L’aspettativa di mobilità, anzitutto. Fra i ceti popolari la quota di chi sostiene di aver migliorato la propria posizione, negli ultimi cinque anni, è molto esigua. Il 10% o poco più. Come il peso di coloro che immaginano possibile migliorarla, nel prossimo futuro. Mentre meno del 30% di quanti si collocano nei ceti medi coltiva la speranza di salire ancora. Non appare così aperta, la società, agli italiani.
Soprattutto ai ceti popolari. Quelli che stanno “in basso”. Dove, peraltro, teme di precipitare oltre un terzo dei “ceti medi”.
D’altronde, la stratificazione sociale mostra una geografia urbana e una distribuzione delle risorse ben delimitata. I ceti popolari: abitano nelle periferie. I ceti medi: nei quartieri residenziali.
La borghesia: nei centri storici. Gran parte degli italiani vive in casa di proprietà. Ma una persona su due, fra i “borghesi”, e una su quattro, fra i “ceti-medi”, ne possiede almeno due. Mentre fra i “popolari” questa percentuale si abbassa, al 14%; e cresce quella di chi è in affitto: il 20%.
Quasi il doppio della media generale.
Il che fa intuire quale sia la principale risorsa a cui si affidano le speranze di mobilità. La famiglia, la cerchia delle solidarietà corte. Le reti di appartenenza più strette. Basta osservare la nebulosa dei ceti medi e comparare le componenti in ascesa con quelle in declino. Quelli che, negli ultimi anni, dichiarano di aver migliorato la loro posizione; e contano rafforzarla ancora in futuro. Certi, in futuro, di avere in eredità proprietà immobiliari, attività economiche, altri patrimoni. E pensano di acquistare nuove abitazioni, nei prossimi anni.
I “ceti medi in ascesa”: confidano sul sostegno dei familiari, sulle conoscenze personali assai più di quelli in declino. I quali investono, maggiormente, sulla qualità degli studi. Il capitale familiare è appare più importante di quello culturale, per la mobilità sociale.
Per cui non può sorprendere il timore degli italiani, tanto se borghesi o ceti medi in ascesa, nei confronti delle tasse. Posto che in Italia sono troppo elevate (e che a nessuno piace pagarle), presso questi gruppi sociali suscitano una reazione di autodifesa. Perché appaiono una minaccia: alla trasmissione e alla riproduzione del loro “posto” nella struttura sociale.
Il che ripropone quella sindrome che affligge la società italiana, che scoraggia la concorrenza e la competizione a favore della protezione. Favorisce la costruzione di cerchie corporative, lobbiste. E fa della famiglia, della rendita, dell’eredità i principali meccanismi di promozione sociale ed economica. Così, instabilità individuale e rigidità sociale si cumulano e si intrecciano. Il peso delle attività informali e dei lavori atipici aumenta. Mentre la struttura sociale, nell’insieme, si segmenta in settori ampi, quanto (nella percezione generale) impermeabili.
Flessibile eppure immobile. Tale, in un’epoca di grande cambiamento, ci sembra la società italiana. Che contrasta le insidie della “modernità liquida” con un sistema di “tradizione vischiosa”. Così, mentre si invocano le virtù della “società aperta”, si coltivano e si praticano i vizi di una “società semichiusa”.
In casa propria.
Come avevamo detto? Una società immobile. Anzi: immobiliare.
Articolo di Ilvo Diamanati tratto da repubblica.it
















