DSC_6122DSC_6106DSC_6104DSC_6094DSC_6092DSC_6087DSC_6082DSC_6081DSC_6064DSC_5932

Archive for Giugno, 2006

La società semichiusa che ha paura del futuro

42-17023514.pngE’ probabile che la retorica del declino racconti un paese, almeno in parte, immaginario. Visto che, poi, la diffusione di beni immobili e di consumi vistosi (e costosi) suggerisce una realtà diversa. Dove i comportamenti tradiscono un benessere diffuso, in ampi settori della società. Una società “liquida” (secondo l’immagine felice - e fortunata - di Zygmunt Baumann). Dove i confini e i riferimenti sociali si perdono. I poteri si allontanano dal controllo delle persone.
Una società da tempo “cetomedizzata” (come recita il neologismo ostico ma efficace con cui De Rita aggiornava Sylos Labini). Dove la “classe operaia” è un residuo ideologico, caro solo ai veterocomunisti che oggi governano l’Italia. L’Italia: un paese “liquido” e “medio”. Che indulge nella retorica del declino e della pauperizzazione. Ma senza crederci davvero. Per inerzia o per artificio. O per tecnica politica: per accrescere il malessere dei cittadini. Contro la Destra che stava al governo. Ieri. Può darsi che sia vera questa versione, in realtà antica (anni ‘90), dei fatti. Ma anche oggi, dopo il ritorno della sinistra di governo, questa società, agli italiani, non appare troppo liquida e cetomedizzata. Ma, al contrario, vischiosa. Un po’ stagnante. Zavorrata dagli stessi meccanismi, dagli stessi fattori che generano sicurezza e benessere. Dove in pochi, guardano avanti. Mentre molti temono di scivolare indietro. È la rappresentazione proposta dai dati dell’Osservatorio sul capitale sociale, di Demos-Coop, pubblicati da Repubblica.
Anzitutto, la classe operaia. Forse se n’è andata davvero. Altrove, se non in paradiso. Ma molti non se ne sono accorti. Circa il 40% degli italiani continuano a utilizzare questa definizione per catalogare se stessi, nella stratificazione sociale. Associandola, talora sostituendola, con un’altra formula, più “suggestiva” che “descrittiva”. Ma, proprio per questo, molto diffusa. “Ceti popolari” (Magatti e De Benedittis, in una interessante ricerca appena pubblicata da Feltrinelli parlano, appunto, di “nuovi ceti popolari”). Tali si considerano, in gran parte, gli operai, ovviamente. Generici o specializzati, non importa. Ma anche le casalinghe e i pensionati. Evidentemente il lavoro domestico e la pensione, insieme all’esclusione dal mercato del lavoro, determinano una condizione di svantaggio. Peraltro, si sentono “ceto popolare/classe operaia”, anche quote rilevanti (superiori al 40%) di impiegati (esecutivi) e di “artigiani”.
Lavoro “non manuale” oppure “autonomo”, in altri termini, oggi, in molti casi, sospingono “fuori” dalla zona media della società.
Verso la periferia. Certo, nel “ceto medio” continua a riconoscersi gran parte delle persone. Poco più della metà. Ma non al punto da confermare l’immagine di una società “media” e “cetomedizzata”. Vi confluiscono le professioni libere e quelle intellettuali: i professori e gli impiegati di concetto. E i “commercianti”. Assai più degli artigiani, come abbiamo detto.
Mentre in alto, nella borghesia, nelle classi più elevate, com’era prevedibile, si collocano in pochi. Il 6% degli italiani. Perlopiù dirigenti privati e funzionari pubblici; imprenditori. E i commercianti, più ancora dei liberi professionisti. Mentre i lavoratori atipici, flessibili sono ancora in misura ridotta.
Sparsi: fra ceti popolari e medi. Perché la flessibilità non è più prerogativa di un settore specifico di lavoratori. Caratterizza ampie fasce di giovani (e meno giovani), che coltivano aspettative diverse.
Tuttavia, altri aspetti, più della professione, sembrano caratterizzare la posizione di classe e di ceto delle persone.
Alcuni cognitivi, altri più concreti: legati alle risorse individuali e familiari disponibili. L’aspettativa di mobilità, anzitutto. Fra i ceti popolari la quota di chi sostiene di aver migliorato la propria posizione, negli ultimi cinque anni, è molto esigua. Il 10% o poco più. Come il peso di coloro che immaginano possibile migliorarla, nel prossimo futuro. Mentre meno del 30% di quanti si collocano nei ceti medi coltiva la speranza di salire ancora. Non appare così aperta, la società, agli italiani.
Soprattutto ai ceti popolari. Quelli che stanno “in basso”. Dove, peraltro, teme di precipitare oltre un terzo dei “ceti medi”.
D’altronde, la stratificazione sociale mostra una geografia urbana e una distribuzione delle risorse ben delimitata. I ceti popolari: abitano nelle periferie. I ceti medi: nei quartieri residenziali.
La borghesia: nei centri storici. Gran parte degli italiani vive in casa di proprietà. Ma una persona su due, fra i “borghesi”, e una su quattro, fra i “ceti-medi”, ne possiede almeno due. Mentre fra i “popolari” questa percentuale si abbassa, al 14%; e cresce quella di chi è in affitto: il 20%.
Quasi il doppio della media generale.
Il che fa intuire quale sia la principale risorsa a cui si affidano le speranze di mobilità. La famiglia, la cerchia delle solidarietà corte. Le reti di appartenenza più strette. Basta osservare la nebulosa dei ceti medi e comparare le componenti in ascesa con quelle in declino. Quelli che, negli ultimi anni, dichiarano di aver migliorato la loro posizione; e contano rafforzarla ancora in futuro. Certi, in futuro, di avere in eredità proprietà immobiliari, attività economiche, altri patrimoni. E pensano di acquistare nuove abitazioni, nei prossimi anni.
I “ceti medi in ascesa”: confidano sul sostegno dei familiari, sulle conoscenze personali assai più di quelli in declino. I quali investono, maggiormente, sulla qualità degli studi. Il capitale familiare è appare più importante di quello culturale, per la mobilità sociale.
Per cui non può sorprendere il timore degli italiani, tanto se borghesi o ceti medi in ascesa, nei confronti delle tasse. Posto che in Italia sono troppo elevate (e che a nessuno piace pagarle), presso questi gruppi sociali suscitano una reazione di autodifesa. Perché appaiono una minaccia: alla trasmissione e alla riproduzione del loro “posto” nella struttura sociale.
Il che ripropone quella sindrome che affligge la società italiana, che scoraggia la concorrenza e la competizione a favore della protezione. Favorisce la costruzione di cerchie corporative, lobbiste. E fa della famiglia, della rendita, dell’eredità i principali meccanismi di promozione sociale ed economica. Così, instabilità individuale e rigidità sociale si cumulano e si intrecciano. Il peso delle attività informali e dei lavori atipici aumenta. Mentre la struttura sociale, nell’insieme, si segmenta in settori ampi, quanto (nella percezione generale) impermeabili.
Flessibile eppure immobile. Tale, in un’epoca di grande cambiamento, ci sembra la società italiana. Che contrasta le insidie della “modernità liquida” con un sistema di “tradizione vischiosa”. Così, mentre si invocano le virtù della “società aperta”, si coltivano e si praticano i vizi di una “società semichiusa”.
In casa propria.
Come avevamo detto? Una società immobile. Anzi: immobiliare.

Articolo di Ilvo Diamanati tratto da repubblica.it

Commenti

La decrescita felice

Si può essere felici perché l’economia non cresce? «Certo che no!», risponderebbe qualsiasi persona fermata a caso per la strada. Identica sarebbe la posizione di imprenditori e operai, finanzieri e impiegati, professori e contadini. Persino la politica, sconquassata come non mai da fratture e divisioni, ritroverebbe unità nel respingere la domanda come una provocazione assurda. Quello della crescita del Pil [il prodotto interno lordo] è forse l’ultimo vero dogma dell’età contemporanea, l’unico che nessuno aveva ancora osato mettere seriamente in discussione. Certo ne erano già stati sottolineati limiti e pericoli: il benessere ridotto alla misura della quantità delle merci prodotte, per un verso; e la capacità di tenuta dell’ambiente naturale a fronte di un’economia protesa alla crescita infinita, per l’altro. Ma che venisse esplicitamente posta la questione della diminuzione del Pil ancora non era accaduto.

La recensione completa si trova qui

descrescita

Commenti

Il sogno europeo

Jeremy Rifkin, un attento osservatore del nostro tempo, ci racconta che sia la cultura europea che quella statunitense devono molto all’eredità dell’Illuminismo. L’Europa però – al contrario degli Stati Uniti – ha una più antica tradizione paternalistica e solidaristica che ha «mitigato» l’individualismo della Riforma e dell’Illuminismo. Negli Stati Uniti, invece, è come se i Padri fondatori avessero, per dir così, «congelato», come in un macchina del tempo, quello che accadde più di duecento anni fa nel bel mezzo della Riforma protestante e agli albori dell’Illuminismo. Noi americani siamo davvero puri calvinisti. Certo, non l’intero paese ma la maggior parte degli Stati Uniti è profondamente cristiana, profondamente protestante, profondamente calvinista. Credo che Lutero e Calvino si sentirebbero più a proprio agio oggi negli Stati Uniti che non in Europa. Siamo anche i campioni per eccellenza dell’Illuminismo. Prendiamo l’idea di mercato di Adam Smith. In America il mercato è davvero libero, senza restrizioni. Noi abbiamo messo pienamente in pratica l’idea liberale del commercio di John Locke.
Il motivo per cui la Riforma e l’Illuminismo hanno avuto un così importante ruolo nello sviluppare le potenzialità del mio paese – terra fertile per queste idee – è che entrambe pongono al centro l’individuo. La Riforma afferma: «Ognuno è da solo di fronte a Dio». Non ci sono preti, non c’è una gerarchia strutturata come quella vaticana, non ci sono intermediari. Adam Smith dice: «Ognuno è da solo all’interno del mercato alla ricerca del proprio interesse personale». John Locke sostiene: «Ognuno è da solo di fronte alla natura». Dai più nobili ai più umili, tutti siamo da soli. E noi in America eravamo davvero da soli. La nostra particolare condizione storica ci ha fatto apprezzare molto queste due idee, sebbene per molti versi esse siano così diverse tra loro. La Riforma, infatti, afferma che l’uomo è destinato alla sofferenza su questa terra a causa del peccato originale e che otterrà la salvezza nella vita dopo la morte. L’idea illuministica del mercato sostiene invece la ricerca della felicità su questo pianeta e invita alla soddisfazione dei bisogni materiali. Erano davvero due idee profondamente diverse, come l’acqua e l’olio, ma noi negli Stati Uniti abbiamo trovato il modo di renderle compatibili, perché l’individuo era il cuore di entrambe.

L’articolo completo è disponibile su filosofia.it

jeremy rifkin

Commenti

« Previous entries



[blog: www.umbertodimaggio.eu]

[email: umberto.dimaggio@gmail.com]

[tel: +39.091.322023]

[mob: +39.333.3381624]

[fax: +39.091.6197467]

[skype: triscele]

[msn: umbertodimaggio@yahoo.it]


Curriculum Vitae

 

Google